martedì 7 luglio 2015

TUTTA LA SICILIA MINUTO PER MINUTO DAL 25 GIUGNO ALL'8 LUGLIO 2015: "LETTERE DALLA SICLIA"

25 GIUGNO: L'ACQUA CHE NON C'E' 

L’antifona ha cominciato a suonare male fin dal primo giorno in Sicilia, in casa del mio amico di Licata: “non sprecare l’acqua”, “apri e chiudi il rubinetto del lavandino quando ti lavi i denti o ti fai la barba”, “prima ti insaponi senz’acqua e poi apri l’acqua della doccia”, “non bere l’acqua dal rubinetto”. Mi sembravano tanti avvisi, “keep out” con relativo teschio e ossa in croce, da campo minato: restrizioni antiche, da Foggia assetata, che avevo proprio rimosso. Un tuffo nel passato, quando anche da noi l’acqua delle fontanelle e a casa, senza l’autoclave, veniva a mancare sempre nel momento più necessario, attorno all’ora di pranzo o poco dopo e io bambino che, tornato a casa, accaldato dopo una partitella di calcio, bevevo la prima cosa che stava in un bicchiere e spesso era acqua e candeggina, usata da mia madre per lavare i panni. Ci sono cascato ben due volte da ragazzo e all’ospedale non ero il solo, ma eravamo in tanti, in coda per la più classica delle lavande gastriche. L’odore acre e il vomito verdastro è tutto quello che mi ricordo. Ma mi spavento ancora. Altri ci morivano pure. Insomma anche ad Agrigento e dintorni l’acqua è diventata più preziosa dell’oro, soprattutto quando ha cominciato a gestirla una ditta privata appaltata dai comuni, la “Girgenti acque”, un nome che è un programma, con bollette che fanno tremare i polsi a tutti i cittadini dei 43 comuni della provincia. Ogni tre mesi puntualmente avviene il salasso organizzato da questa società che ha il monopolio delle acque. Bollette da capogiro, al cui paragone quelle dell’Enel sono regalini di natale sotto l’albero. Ma andiamo per gradi. Agrigento aveva due splendidi fiumi all’epoca cartaginese-romana, che fiancheggiavano la valle dei templi. Da tempo prosciugati o fatti prosciugare, non si bene quando, come e da chi. Punto numero uno. Punto numero due: il sottosuolo è ancora ricco d’acqua, bastano i pozzi artesiani e almeno per l’agricoltura la cosa dovrebbe essere risolta. Ma, punto tre: è proibito assolutamente scavare pozzi. Punto quattro: tutte le case della provincia di Agrigento si sono rifornite, come a Foggia nei tempi duri, di vasche sul tetto e autoclavi nei box. Perché l’acqua viene erogata ogni tre giorni, “quando va bene” mi dicono, e se non hai le riserve in casa, puoi anche lavare, cucinare e bere con l’acqua minerale. Ma non è finita qui. Il mio amico a parte limitarmi nell’uso dell’acqua mi ha anche tassativamente proibito di berla. E ora si capisce perché. E’ acqua stagnante di autoclave e per giunta senza il necessario cloro. Insomma una cosa da deserto del Sahara. E Licata sta sul mare e da anni oramai usano i desalinatori, che qualcosa fanno, oltre a dare un pessimo gusto all’acqua. Peggiore è la situazione dei paesini di montagna, come i nostri sull’Appenino Dauno (ma da quelle parti l’acqua non è mai stato un problema). Ne ho visitato uno, Casteltermini, 7.500 abitanti, disoccupazione giovanile quasi all’80%, agricoltura e fabbriche tutte chiuse. L’acqua non ce l’hanno neanche con i pozzi artesiani. Le industrie a una a una se ne sono andate lasciando un paese di pensionati, con pensioni da fame, se si eccettuano i privilegiati ex-schiavi solfatari, per loro è d’oro 4-5mila euro al mese. La storia me l’ha raccontata un vecchio collaboratore del parroco, amico siciliano, che ha avuto la “fortuna”, dice lui, di sostituire a quindici anni il padre malato, nell’unica solfatara del paese che dava da mangiare a metà paese. “Estrarre lo zolfo è diventato sempre più costoso e da una decina d’anni è tutto chiuso”, mi ha detto allargando le braccia. E poi i racconti di miniera, manco fosse un secondo “Ciaula scopre la Luna” di Pirandello. Vita dura, quella in miniera, a cominciare dall’aria che non c’era, dall’umidità che si appiccicava alla pelle e vi restava attaccata anche quando la si voleva lavare con la poca acqua a disposizione in casa. Ha detto “vedi qualche giovane in città? Solo vecchi e bambini”. Eravamo 18.000, ora 7500 e tutti avanti con gli anni. Facciamo sacrifici d’ogni tipo e poi arriva il Girgenti ad alleggerire ogni tre mesi le nostre pensioni. Tutto vero, l’ho constatato di persona. La fabbrica dal tetto di lamiera chiusa e fatiscente, laggiù a valle. I bambini che giocavano all’oratorio, vecchi per le strada, con la faccia stanca e segnata da rughe antiche. In compenso hanno il mare, non quelli di Casteltermini, ma quelli di Licata sì: un bel mare pulito come una piscina, mosso quanto basta, guastato di tanto in tanto da qualche cadavere devastato dagli squali. Già dall’altra parte di questo canale di Sicilia c’è gente che sta peggio di loro. Ma questa è un’altra storia.



27 GIUGNO:
TUTTA COLPA DI ESCULAPIO. 
LA VALLE DEI TEMPLI: UNA FEDE ANTICA

Avevo sentito parlare della “Valle dei templi” nella piana sottostante Agrigento, città sicula-greco-romana del VI secolo avanti Cristo, ma non c’era mai stata occasione di visitarla. E così mi sono ritrovato in questi giorni, ospite di un generoso amico siciliano, a poterne percorrere le vie e visitarne le vestigia, senza la solita fretta del turista, giapponese tutto scatti-sorrisi- e-via, e con una guida (che ha voluto solo si fa per dire dieci euro a testa) tanto discreta quanto forse inconsapevole partecipe di una “visita” che alla fine ha sortito l’effetto di un ritiro spirituale. Ma questo la guida non poteva immaginarselo. Tre tassisti (tre euro a persona, e cinque in una macchina fanno quindici euro per un tragitto di due minuti) ci hanno portato sul punto più alto della valle, al cosiddetto tempio di Giunone. Così finalmente dopo il ticket d’ingresso (10 euro a testa e siamo a quota 23), il pellegrinaggio ha potuto muovere i primi veri passi, pedibus calcantibus, per le impolverate strade della città sacra. Insomma un tour turistico-religioso. tra i templi, in tutto dieci, ma solo cinque salvati dalle devastanti, si fa per dire, fatiscenti, quanto si vuole, ma ruderi imponenti di una religione, troppo sbrigativamente bollata dai cristiani per “pagana” e quindi di scarso interesse se non culturale. Una domanda mi ha seguito per tutto il tempo e le tante viuzze di questa cittadella degli dei: “ma chi ci ha dato tutto questo diritto di declassare a “religione naturale”, una così ricca e vitale religione capace di creare santuari tanto imponenti e ancora oggi pulsanti di vita? E vada che si tratta di un movimento naturale che dall’uomo va verso Dio, ma si chiede forse troppo se esso s’intrecci con quello che da Dio va verso gli uomini, delle cosiddette religione rivelate? In quelle “naturali” la vita, almeno a vedere queste imponenti vestigia, sembra stare al centro o al primo posto, in altre religioni il sopravvento del “rivelato”, non sempre scevro da ideologie a buon mercato, sembra essere riletta e reinterpretata fino ai disumani sanguinari discendenti di Maometto, che in nome di un loro unico e presunto Dio ispiratore, scannano e fanno strage di persone e di cose. E’ la vita che sembra essersi allontana in queste religioni. In questa valle polverosa e per certi versi desolata sembrava essere un altro il senso della vita: ogni tempio ne esaltava uno dei suoi aspetti vitalistici. Forse agli animalisti dell’ultima ora può risultare indigesto il massacro di cento tori (un’ecatombe) sacrificati nelle principali feste religiose, ma tutto era centrato sull’uomo e la sua terrena esistenza. Tutto sembrava armoniosamente intrecciarsi in questa valle sacra: dalla fecondità  (il tempio di Giunone), al potere (il tempio di Zeus), al contropotere (il tempio dei Titani), alla vita di tutti i giorni nei tempietti minori dei Dioscuri e di tante altre divinità della natura, per poi concludersi nella la “clinica religiosa”, come l’ha definita la nostra guida, del tempio di Esculapio. Templi e necropoli che si rincorrono per tutta la valle. Il contrasto è tutto qua, almeno sembra: la vita in tutti i suoi aspetti, nella religione cosiddetta naturale, e un’altra vita, spesso costruita a tavolino, di come “dovrebbe essere quella rivelata direttamente da Dio”. Anche se poi gli stessi riti della vita e della morte le attraversano entrambe. Chi guarda comparativamente le cose, ci vede poche differenze, e purtroppo visto le stragi prodotte dalle cosiddette religioni rivelate o presunte tali, in tutta la storia del mondo, non c’è da stare molto allegri, qualora prendessero il sopravvento. E intanto si passava da un tempio all’altro troppo soprappensiero per me, in un’inaspettata cittadella della fede. Imponenti ruderi divenuti tali grazie ai cristiani conquistatori che li avevano trasformati in cava a cielo aperto e a buon mercato per le loro chiese quello dell’”unico vero Dio” e senza pagare alcun biglietto. In contrasto chiese nuove ma costruite con materiale antico e a volte senza l’accortezza di cancellarne i simboli e i riferimenti pagani come avvenuto per Roma e tante altre città dell’impero. La conclusione “rivelatrice” è stata proprio il tempio di Esculapio, là più a valle. In esso l’adorazione del Dio della medicina e l’invocazione della grazia si intrecciava con la cura, la migliore del tempo. Passando per quella valle si rimane impressionati, quasi sgomenti davanti a tanta forza religiosa e se si vuole anche tanta forza morale. Su tutto domina il silenzio neppure rotto dalle tante comitive di turisti che si perdono e si disperdono in quei quasi due-tre chilometri quadrati di area sacra, senza accavallarsi o interferirsi, in un itinerario che non poteva non diventare religioso e mistico di fronte a tale profluvio di chiese e chiesette di una religione, forse morta prima di suo che per diretto influsso delle tante successive, certamente più agguerrite e forti per ideologia. Dopo circa tre ore abbondanti si chiude la visita, o forse la giornata di ritiro spirituale. Si esce dall’area sacra per ritornare alla vita profana, lontana chilometri da ogni tipo di religione sia essa naturale o rivelata. Ci pensano le bancarelle di souvenir e i distributori automatici di graditissime bibite ghiacciate a cancellare quello che partito come gita turistica si era trasformata in ritiro. L’imponenza della valle e dei suoi templi rende patetiche tante nostre chiese e chiesuole cosiddette cristiane, spoglie fino al minimalismo architettonico, a volte asettiche come tante corsie d’ospedali, ridotte a luoghi di convivialità e d’incontro più che di preghiera e intimità mistica con Dio, come avevano ben capito i pagani e soprattutto sempre più lontane da quella dimensione vitalistica e di ritmi di vita che questa valle ricorda con tanta forza. Nessuno vuol tornare al vitalismo delle religioni antiche, ma che almeno in nome di Dio, Geova o Allah, ci si ripieghi sui problemi degli uomini invece di allontanarsi da essi. La domanda resta: chi ci ha fatto dimenticare la religiosità dei ritmi delle stagioni e della vita? Chi ha paura che un rosario possa inquinare una messa, o una processione di incappucciati far ritornare al tribalismo preistorico? Se una pulsione religiosa naturalistica ha dato vita a una cittadella degli dei, tanto imponente e significativa, capace ancora di impressionare dopo duemila e cinquecento anni, qualcosa di grande e di significativo per l’uomo d’oggi dovrà pur esserci, anche se ebreo, cristiano o mussulmano. Troppa sufficienza ci porta a fare i turisti sorrisi-flash-e-via, mentre sarebbe tempo di cambiare passo. Dalla morta valle dei templi la vita, quella vera degli uomini, pulsa ancora. Una lezione da imparare. Un’ultima domanda: come mai una normalissima gita turistica si è trasformata in un ritiro spirituale? Di chi la colpa? Certo dell’imponenza di ruderi e del ricordo vivo delle tante celebrazioni che in essi si rincorrevano per tutto l’arco dell’anno e delle stagioni. Ma dobbiamo confessarlo è stata tutta colpa di Esculapio: il Dio della medicina, un tempietto minore, laggiù in un angolo in fondo alla valle, dove si adorava un Dio che prometteva salute e benessere, all’uomo sofferente di oggi, più che paradisi futuri semmai ricchi di belle donne e di tante altre gioie. Davvero è tutta colpa di Esculapio.



28 GIUGNO: 
LA FEDE RITROVATA 

Ero già stato a visitare Monreale e Cefalù, i due capolavori dell’arte normanna in terra di Sicilia. Mi mancava, perché quel giorno chiusa, la Cappella Palatina a Palermo. Questa volta è stato possibile. E’ proprio vero, da queste parti le cose di cultura, arte, storia, che le altre regioni pur ti offrono a spizzichi e mozzichi, sono date a piene mani, non in un solo esemplare, ma in dieci, cento, in un progress di straordinaria ricchezza e bellezza. La stessa impressione per le chiese di Noto e Ragusa Ibla, veri gioielli dell’arte barocca siciliana, visitate l’altro ieri. Le chiese, si sa, sono luoghi di culto e spesso esprimono, bene o male, la fede della gente che le ha edificate e consegnate alla storia. In una discontinuità che impressiona, invece, molte delle nostre chiese sono spesso capannoni o garage riadattati, costruiti in fretta, con poca spesa e diciamo pure senza troppa fede. Pur di avere in poco tempo “un’aula liturgica”, come dicono gli esperti, ogni ambiente, garage, capannone, stanzone va bene: “la gente non può attendere i cento anni che ci sono voluti per la fabbrica di san Pietro”, dicono. E’ proprio in questa frettolosa realizzazione di strutture religiose, che si percepisce a volte non solo la mancanza di buon gusto e di arte, ma più spesso di fede e di quella vera. Mi ha detto un prete siciliano incontrato davanti alla cattedrale di Ragusa che, meno male che il materiale utilizzato per queste rabberciate chiese moderne è spesso scadente, fatto di cemento, ferro e colori acrilici, che presto si dissolveranno, per poi scomparire con noi, così non saremo giudicati male dalle future generazioni. Celebrare una messa o un sacramento è un atto sacrale a tutti gli effetti e necessita di tempi e luoghi adatti. Sopportiamo malamente che qualcuno nella storia abbia affermato che “Parigi val bene una messa”, ma così non è e non può affatto essere. La messa e le celebrazioni liturgiche sono altra cosa che puro formalismo religioso, cui sottostare per obbligo o interesse. La Cappella Palatina e le chiese barocche di Noto e di Ragusa questo vogliono farci intendere. Le loro navate da sogno, che sanno di paradiso, le splendide icone, gli sfondi dorati, gli intarsi multicolori, la successione di scene bibliche alle pareti, sono il segno di una grande fede: un’anticipazione sulla terra proprio di quel paradiso, promesso ai buoni. Quando il prete dice “questo è il mio corpo” e “questo è il mio sangue”, compie l’atto magico per eccellenza della nostra religione e si addentra in un mistero che l’abitudine ha reso, in alcuni casi, persino banale nella sua stentorea ripetitività. Molta colpa di questa banalità va anche addebitata a un ambiente, nel quale quelle sacre parole si disperdono in un minimalismo architettonico, disadorno e asettico. Tutto ha inizio da certi androni delle nostre chiese, tappezzati di ogni tipo di manifesti e manfestini, sempre più simili a edicole di giornali. Provate a vedere l’ostia alzata e tenuta alta per qualche minuto, nella prospettiva del Cristo Pantocrator della cattedrale di Monreale, Cefalù o Cappella palatina o con lo sfondo barocco della cattedrale di Ragusa: dietro quell’ostia appare tutta l’imponenza di una figura che ti convince, senza ulteriori sforzi di fantasia o di fede sublimata, che sei in presenza di un Dio che ti è vicino, ti ama e ti salva. Quel Cristo che si sta reincarnando in quell’ostia, è lo stesso che ti guarda tra il severo e l’amorevole da absidi da favola, che ti fa innalzare verso il cielo col movimento delle volte e degli archi spezzati di un baracco pieno di sacralità: c’è continuità religiosa non discontinuità di fede tra la loro visione e la nostra. O provate a dire “questa volta sulla terra”, come dicevano gli ebrei, sospirando la terra santa, e la “prossima in paradiso”, che dovrebbe essere il nostro sospiro di cristiani, in un abside bianco smorto, con un  incombente Cristo, morto-insanguinato da una croce. Il contrasto si fa vivace tra due modi di intendere la fede e la religione: da un lato il Cristo pantocrator, vivo che ispira vita, come i tanti simboli dell’eucarestia sparsi per le chiese barocche, e dall’altra un Cristo crocifisso, sofferente in eterno (realtà pur sempre vera e necessaria al cristianesimo ma solo a partire da una certa data divenuto predominante), troppo spesso accompagnata da una Addolorata, con sette spade conficcate nel cuore. Sarà a volte una questione di gusti o di visioni del cristianesimo, personalmente il primo mi attira e mi entusiasma di più, il secondo a volte irrita per una resurrezione che tarda a venire. Preferisco pensare alla chiesa come al luogo dei beati sulla terra, che inneggiano alla risurrezione del Cristo, in attesa del suo ritorno, e da questa esperienza attingono forza e coraggio per aiutare il mondo sofferente e bisognoso. Preferisco vivere quest’esperienza mistico-religiosa, qual è appunto la messa,  avvolto dall’oro dei mosaici palatini, sui quali si stagliano dopo il Cristo risorto e glorioso, le immagini altrettanto solenni di Maria, degli apostoli e dei santi, colti nello splendore del paradiso e proprio in quello stesso momento ti stanno osservando e sostenendo nella fede. Quegli sguardi che ci vengono da un modo pensato bello e beato sono un invito a fare presto e bene nella carità, per entrare a far parte anche noi quanto prima di quella stessa schiera beata. Questa è chiesa, questa è aula liturgica che invita alla gioia e alla speranza, non certo certe stamberghe, garage o stanzoni impropriamente chiamati luoghi di culto. Per far raggiungere ai fedeli quei livelli di fede, in certe nostre chiese, c’è quasi bisogno di un miracolo. Qualche settimana fa ho detto la messa a San Ciro a Foggia per un ragazzo morto d’infarto. Non riuscivo ad alzare lo sguardo sulla navata, scarsamente illuminata e meno male, perché attenuava quel colore giallo paglierino, più simile a cacca di bambini che all’oro della cappella palatina, con il quale qualche prete, forse daltonico, aveva pensato bene di affrescarne le pareti. E poi ci si meraviglia che la gente viene in chiesa, spesso in ritardo e “per dovere”, vi sta lo stretto tempo necessario, per poi scapparsene, come un fiume in piena, appena il sacerdote dite “andate in pace”, che suona più come liberazione che un invito alla pace e alla gioia da portare nel mondo. Ecco tutta qui la differenza. Altra cosa da una cappella bianco smorto, con un Cristo enorme che ci sovrasta dall’abside, nella quale ogni mattino mi tocca celebrare l’eucarestia, sempre con la fretta che alle 8,30 inizia la scuola e si deve correre a fare “il proprio dovere”. Bianco l’abside, bianca la navata, bianco vestite le suore, per un momento di apnea mistica, interrotto solo dal marrone chiaro del Cristo e il marrone scuro delle tre porte, sempre rigorosamente chiuse, che non fanno passare neanche l’aria, visto che non danno sull’esterno ma in altri ambienti della casa. “La chiesa come il cuore della comunità” avevano pensato il Vescovo Farina e il suo architetto, ma si erano dimenticati che quel cuore ha bisogno d’aria, e d’aria pura e di colore oltre che di colore, per ricordare appunto il rosso vivo pulsante di un cuore, altrimenti diventa asfittico diluito in un onirico biancore. Qualcuno dirà “troppa sensibilità di questo tipo può dare alla testa, in fondo una messa è valida dovunque e comunque essa venga celebrata”. Questo sarà vero, per dogmatici e catechisti dell’ultima ora. Com’è vero che l’importante in fondo è mangiare, poi che si mangi con tanto di tovaglia, doppi bicchieri, tovagliolo di stoffa, posate e un regolare primo, secondo, vino e frutta, o in un fast food alla MacDonald con posate di plastica e tovagliolini di carta, la differenza è minima. Mi ricorda quel parroco americano che metteva tutto nello stesso piatto, antipasti, primo, secondo e frutta, e poi faceva una seconda ripassata con gli stessi ingredienti. A me allibito che osservavo la scena mi diceva “ma che vuoi, sempre nello stomaco vanno a finire”, inutile controbattere. Lascio con una pena nel cuore questi angoli di paradiso, visitati forse troppo in fretta. So che fra non molto dovrò tornare al biancore spento della mia cappellina feriale. Potrò dire d’essere stato in paradiso, almeno per qualche giorno, sarà più facile sopportare così il purgatorio o se si vuole l’etero limbo, nel quale mi tocca pur vivere ancora per un po’.



7 LUGLIO: 
L'ACCOGLIENZA FAMILIARE: 
L'ALTRA FACCIA DELLA SICILIA, 
ALTRO CHE MAFIA

La battuta più infelice che mi è capitata dire in questi giorni è stata a san Cataldo quando ho chiesto a un amico del sacerdote che mi ospita: “oltre alla mafia qual è il lavoro da queste parti?”. Mi ha guardato storto ma si è subito ricreduto, quando ho detto al mio interlocutore che a Foggia (citta non certo mafiosa?) da qualche tempo salta per aria un esercizio al mese. Il lavoro, almeno quello agricolo a San Cataldo, città originaria dei parenti di Padre Peter, il parroco americano di Vineland, ce n’è ed è tanto. Mi ha sorpreso invece l’amicizia tra i due ex commilitoni, il parroco e l’architetto, che pur vivendo a pochi chilometri di distanza non si erano visti dal giorno del congedo militare, e si sono abbracciati come due ragazzini, raccontando aneddoti e fatterelli da caserma. E’ proprio questo che balza agli occhi tra la gente di Sicilia: l’amicizia, la familiarità, il bacio su tutte e due le guance, anche se ci si è incontrati la mattina di quello stesso giorno. Sono diventato amico della famiglia del sacerdote che mi ospita e ho notato un certo disappunto quando il primo giorno li ho salutati con una normalissima stretta di mano, non conoscendoli ed essendo io timido di natura. Loro si aspettavano un bacio, proprio di quelli che ogni giorno a profusione si scambiano gli adolescenti della nostra città, come vecchi amici che non s’incontrano da anni, mentre forse è passata solo qualche ora. La familiarità e l’accoglienza sono la nota caratterizzante di questa gente. Si dirà ecco la fonte del “mafismo siciliano”: è un abbaglio. Forse la “famiglia mafiosa” ha solo preso a prestito la normale e comunissima familiarità tipica della gente di Sicilia per mimetizzarsi, far apparire che in fondo sono gente normale: s’incontrano, si salutano, si baciano e poi pensano chi intimidire o peggio far sparire semmai con la lupara bianca e il famoso sasso in bocca per i più ciarlieri. Grazie agli Sciascia e Camilleri che su queste storie hanno scritto romanzi, facendo anche la loro fortuna. I Quasimodo, i Verga e i Pirandello avevano altro per la testa. Qualcuno in Italia ha troppo presto dimenticato che la mafia, da queste parti come da noi i Briganti, è una realtà fatta nascere, crescere e prosperare dai nostri cari piemontesi, visto che le cronache borboniche non ne parlano mai; che dopo e solo dopo l’impresa dei mille, come una pietra nella piccionaia, a migliaia se non a milioni i siciliani se ne sono scappati dalle loro terre (o meglio cacciati) e hanno preso la via dell’oceano per non perdere lavoro e dignità; che ogni governo, sia monarchico che repubblicano, e addirittura i puritani americani, hanno preso accordi continui, sottobanco e non solo, per far sì che la mafia tenesse a bada questa voglia di riscatto e di libertà, che la seconda guerra mondiale aveva solo fatto conoscere al mondo, ma che qui era viva e palpitante da sempre. I libri di storia, quelli studiati a ridosso dei cento anni dell’unità d’Italia (“Italia ’61”, manco fosse un campionato mondiale di calcio), non facevano che esaltare Cavour, Mazzini e Garibaldi, uno politico senza scrupoli, l’altro visionario e l’altro ancora guerriegliero ante litteram, ma tutti eroi nazionali e per giunta massoni (ma questo termine a noi non lo spiegavano, sembrava addirittura un termine religioso, rafforzati da simboli, come il grembiule e la croce che a questo alludevano), mettendo la sordina a tutto il macello, nel senso più vero del termine, che la banda di camicie rosse andavano disseminando per tutto il Sud, liberandolo, dicono loro, dall’oppressione borbonica, mai così sanguinaria nel suo regime pur totalitario e non monarchico costituzionale, come Deliceto docet e non solo. Chissà poi perché è dal sud che nasce il sindacato alla Di Vittorio e alla Giovanni Coniglio, un sindacalista molto noto da queste parti, nonché nonno del sacerdote che mi ospita, e il cui elogio funebre fu tenuto dallo stesso Enrico Belinguer nel ’57, già politico nazionale affermato. Un sindacalista-comunista, che faceva della solidarietà sociale e comunista il suo credo, così di mi diceva la figlia, che spesso prendeva il pane dalla dispensa e lo dava ai poveri.  Mandato al confino, durante il fascismo, proprio dalle nostre parti, alle Tremiti, un nome che ci avvicina e che ritorna spesso tra i racconti di questa famiglia. E ancora non è un caso che don Sturzo e l’attuale presidente Mattarella siano siciliani. C’è e soprattutto c’era qualcosa che sa di malevolo pregiudizio per la gente di Sicilia, costruito ad arte sul nulla e alimentato per lungimirante convenienza, sempre a favore di quelli del nord, ovviamente,  puritani peggio degli americani (almeno a chiacchiere) e ladri come tutti in Italia (adesso ce ne stiamo accorgendo anche noi del sud: il Mose di Venezia e gli appalti truccati per l’Expo stanno lì a ricordarcelo). Da queste parti come antidoto, c’è il sacro detto “e tu futtitinni” (tradotto e “tu futtatenne”), perché il tempo sarà galantuomo e darà a Cesare quel che è di Cesare. L’arte, la storia, la cultura, il mare, le spiagge da sogno, ci sono e vengono offerte a piene mani ai turisti (più stranieri che italiani), c’è la familiarità di un popolo, aperto e generoso, che si saluta quotidianamente con un bacio e una abbraccio di pace come se non si vedesse da mesi, e poi c’è anche, come oramai in tutta Italia, chi imitando, famiglia, baci e abbracci, pensa e agisce da delinquente, sempre rubagalline, che con il tempo mira sempre più in alto. Un cancro, meglio un virus, contro il quale da queste parti da tempo gli abitanti hanno attivato gli antivirus. E pur si vive, tra mangiate che mi hanno fatto salire il diabete a 160, ogni picco è una piccagione, dicono da noi, ma forse il detto non è che sia molto pertinente. Fra qualche giorno dovrò dare l’arrivederci (non certo l’addio) a questa gente e a questa terra. Mi dispiace che quindici giorni siano volati come il vento. Troppe cose da vedere, troppe ancora lasciate per i prossimi tour, troppa gente da avvicinare e capire, tanti gusti da assaporare, diabete permettendo, tanto mare e tante altre isolette, come Lampedusa, famosa in Italia e nel mondo per la sua generosa accoglienza, Linosa, Lipari, Stromboli isole da sogno da visitare. Già perché da sempre la Sicilia, lo sanno bene i cartaginesi, i greci, i romani, gli arabi, i normanni, i francesi, gli spagnoli questa è terra d’accoglienza che sa ricervere, ospitare e conservare per la storia. Grazie Sicilia, ero venuto per un tempo di relax e mai pensavo che si trasformasse in ritiro spirituale e stage culturale. Alla prossima.  





giovedì 11 giugno 2015

TUTTI GLI ARTICOLI DI MAGGIO E GIUGNO 2015




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L'articolo che vi mancava:
UN PRETE IN POLITICA....MA QUANDO MAI...E POI PER SERGIO CLEMENTE...
EBBENE SI' CI METTIAMO LA FACCIA
Nei seminari la mentalità era quella dell’osso. Me la ricordo bene. “Ti teniamo fatto, dicevano i miei compagni: anche tu sei uno di quelli che abbaia per avere l’osso e una volta in bocca, vedrai che smetterai d’abbaiare pure tu”. Che strano non ho mai smesso d’abbaiare. Quanto tempo devo ancora aspettare per il mio bravo osso-tappa-bocca mi sia dato? I compagni seminaristi non brillavano per intelligenza. Il loro era solo finta saggezza popolare, li chiamavo “i moderati sintetici a priori”, “predestinati al comando”. Lo stesso refrain, dell’osso in bocca, si ripresenta ogni volta che la mia figura balza alla cronaca politica cittadina. Adesso che stai “appoggiando la candidatura di Sergio Clemente alla regione, cosa speri di ricavarci?”. E’ difficile capirsi in politica. Giudizi in malafede e critiche gratuite, sono pane quotidiano. Sabato sera in un’affollatissima sala, tanto affollata che il doppio dei convenuti stava in piazza davanti a un maxi schermo godersi lo spettacolo, ci siamo avvicendati con l’On. Beppe Fioroni nel dare l’avvio alla campagna elettorale di Sergio Clemente. Chi te lo fa fare? Cosa speri di ricavarci? Mi hanno detto alcuni preti, anche giovani. Loro non sanno e non possono sapere. Sono scusati. Ma chi è Beppe Fioroni? Ex Ministro dell’Istruzione e personaggio di spicco del PD. Soprattutto chi era agli inizi degli anni settanta? Un ragazzo, studente dei padri Maristi, incontrato in una parrocchia, Sant’Andrea in quel di Pianoscarano, a Viterbo, che era tutto un programma, come borgo medioevale e come parrocchia. Un giovane, caposcout, alle prime armi e con tanta voglia di fare: intelligente, operativo, sempre disponibile: un vero animatore. Un’amicizia nata allora e mai interrotta. E, a Foggia, chi è e chi era Sergio Clemente? Un altro giovane, conosciuto agli inizi degli anni novanta, intraprendente politico alle prime armi, consigliere o forse presidente di circoscrizione, democristiano di ferro (poi popolare, Margherita, e poi nel PD), sempre pronto a spendere i pochi soldi messi a disposizione dall’amministrazione comunale, per attività e iniziative rivolte ai giovani. Fioroni e Clemente, dunque, dei perfetti “signor nessuno”, conosciuti quando erano perfetti sconosciuti e orgoglioso di questa amicizia durata negli anni. Qualcuno, che queste storie non conosce, potrà dire d’aver i puntato su “cavalli vincenti”, certo, rispondo “ma all’epoca non avevano ancora vinto nulla”. Conosciuti e stimati proprio perché pieni solo di tanta volontà di servizio e tanta disponibilità politica (da polis=città, popolo). Eravamo solo, tutti più giovani, accumunati dalla stessa “passione, coraggio, onestà” (come dal suo manifesto elettorale di Sergio). Ci siamo intesi da subito e ci siamo messi all’opera e non ci siamo mai persi di vista. “Ma perché proprio loro e non altri?”. Una volta le chiamavano “affinità elettive”, oggi chiamatela come volete, ma non con “salire sul carro del vincitore”. Di amici di quella stessa stagione ne abbiamo ancora tanti, ci mancherebbe altro, generazioni di scout e di azione cattolica (la moglie di Beppe, faceva l’animatrice dell’ACR). Tante storie, tante vicissitudini, tanti racconti da fare, semmai, alla sera, in cerchio attorno al fuoco, prima di andare a dormire sotto le tende e a volte sotto le stelle. Riscaldati da un falò, che prima ti arrostiva la faccia e poi ti entrava nelle ossa. Tutti amici, tutti ragazzi ai quali sono stati fatti discorsi sul servizio al prossimo, sull’impegno politico, sul darsi da fare per chi è in difficoltà. Il seme gettato non in tutti germoglia allo stesso modo, lo dice pure il vangelo. Ci ha accumunati, appunto, “passione, coraggio, e onestà”. Ha detto bene Sergio nel suo discorso inaugurale: “Don Fausto è uno che le cose non le manda a dire, è uno che ci mette sempre la faccia”. Perché Clemente e non Piementese o Luzi? Quando ero parroco ho sempre fatto incontri e dibattiti con tutti i politici, a qualsiasi forza appartenessero. Non più parroco mi sento libero di andare con chi mi piace e pare. Non Piemontese, non Luzzi: semplicemente perché non li conosco, non li ho visti all’opera, mai visti a fianco. Avranno lavorato con altri. Si facciano aiutare da loro. Niente di trascendentale, solo “dottrina sociale della chiesa cattolica”. Parole come “bene comune”, “sussidiarietà”, “solidarietà”, “partecipazione”, sono i tanti capitoli di una dottrina, sconosciuta ai più, preti e bigotti osservanti delle nostre chiese. Quando capita di vedere qualcuno che con esse ci si cimenta, è ovvio stargli vicino e a volte molto vicino. Possiamo sempre sbagliarci nelle scelte concrete e a volta puntare sui cavalli che non vincono o peggio ti “utilizzano”. Ma così l’amicizia dura davvero poco. E poi, per restare nell’immagine dell’osso in bocca: è sempre vero che non risica non rosica.





Ed eccovi come al solito l'articolo che vi mancava
SULLA MADONNA
Perché ci fidiamo ancora delle Madonne? La domanda non è né irriverente né polemica. E’ un dato di fatto: sempre più gente frequenta i santuari mariani, dovunque essi siano, e va dovunque c’è uno stormir di fronde mariane (per citare non solo più quale poeta), apparizione vera o presunta che sia. Fino a ieri era Lourdes o Fatima (quando scrivo è il 13 di maggio….in Cova d’Iria: da bambino pensavo fosse una località marina o il nome di un noto ristorante), oggi è Medjugorie, che se non ha il crisma della curia romana ha, in ogni caso, il favore crescente e inarrestabile del popolo. E dove sputa il popolo si fa un lago. C’è un amico che mi ha persino fatto vedere un video girato da quelle parti, dove si vede all’orizzonte una donna, splendente, vestita di sole (manco fosse l’Apocalisse), che si china verso i pellegrini osannanti. Sarà vero? Vero o no la gente ci crede e ci va. E’ pur sempre una risposta a tutto il razionalismo accomodante di certo catechismo e di certa predicazione domenicale, tanto dogmaticamente preciso e tanto incapace di scaldare i cuori e dare risposte di senso a chi ne fa richiesta. Hanno ragione loro: quelli che nel dolore e nella sofferenza (anche solo spirituale o di smarrimento) la invocano e la vanno a trovare, nei santuari o dovunque essa si manifesti. Ne hanno bisogno, come dell’aria che respirano. La Madonna è pur sempre una mamma, ed è per questo che di lei si fidano (del parroco meno). Una mamma di quelle straziate con una o sette spade sul petto, o quella ai piedi della croce di tante icone sparse per tutte le chiese del mondo, o quella michelangiolesca che tiene in braccio il figlio morto. E’ umana la madonna, come è umano il Cristo, quello dei vangeli, meno quello della teologia. Gesù e Maria ispirano fiducia, attirano, più di certi papi paludati e con la voce fioca e l’accento straniero. Scalda i cuori, il Gesù umano, che si fa compagno di strada agli smarriti e delusi discepoli di Emmaus. Di questo il mondo oggi ha bisogno, oppresso da tanta inutile tecnologia e politica fregapopoli, e da messaggi televisivi strappalacrime e vuoti. Anche della madonna, perché donna del popolo che tutti i poveri sentono immediatamente vicina. Sto celebrando la novena a santa Rita, la santa degli impossibili. Ieri c’erano solo donne in chiesa e mi sono un po’ meravigliato. Ma a pensarci bene, anche santa Rita è una di quelle sante popolane (fin dal 1300): una donna, una mamma, una vedova, che ha vissuto in mezzo a guerre e devastazioni, che è stata toccata fin da bambina dal miele delle api (secondo la leggenda), che ha sopportato un marito rozzo e attaccabrighe e dei figli altrettanto degeneri. Una santa del popolo che serve al popolo più di tanti santi dottori, che forse il popolo manco conosce né sa apprezzare. Già immagino i pretini di primo pelo, pieni di cianfrusaglie religiose ammannite in quel seminario baraccone di Molfetta, tronfio e supponente, che danno indicazioni (quando non costringono la gente) su come si “deve pregare” o su come “si deve stare a messa”, e giù a sciorinare lodi, vespri, ufficio delle letture, messe che la gente, anche se recitate in italiano (meglio il latinorum d’un tempo), proprio non capisce e si fa scivolare addosso. Il rosario quello sì che lo capiscono e tanto pure. Padre Pio l’aveva sempre tra la mani, per lui sostituto della recita dell’ufficio (con il permesso dei superiori: ci mancherebbe altro), dato che con l’avanzare degli anni, ci vedeva sempre meno. Sempre i pretini molfettesi, diranno, scandalizzati, inseguendo i protestanti e nuove sette, che di Maria ne abbiamo fatto una dea madre nella chiesa cattolica, che il detto “nunquam satis” (mai abbastanza) va applicato a Cristo, alla Trinità e allo Spirito Santo, non certo alla madonna. Anche noi dopo aver attraversato simili stagioni iconoclaste, ci siamo ricreduti e siamo ritornati a più miti consigli, non per un tardivo pentimento, ma per una comprensione migliore del dato “religiosità naturale”. La religione naturale, ispiratrice di tanti comportamenti del cosiddetto popolino, tollerati all’interno della chiesa cattolica, è invece il punto di partenza fondamentale al quale sempre ritornare o al quale restare ancorati come una roccia, se non si vuole che la religione cristiana (come sta di fatto avvenendo) si presenti come una ideologia (per alcuni la migliore in assoluto), in un tempo in cui con orrore e disappunto le stiamo abbandonando tutte (da quelle marxista a quella fascista o scientista). Dio ha creato il mondo, la religione naturale è il primo imput, non certo il suo peccato. La religione naturale (a cui attinge molta devozione mariana) è e rimane il contesto proprio e specifico di ogni religione, cristianesimo compreso. Al primo posto rimane il Dio della Creazione (cosa materiale per eccellenza) e a seguire il Cristo dell’incarnazione (cosa umana per eccellenza) e lo Spirito Santo che queste cose spiega, e subito dopo Maria: la donna, la vergine, la madre che si è fatta strumento d’incarnazione. Sminuire o schernire tutto questo, per fare il verso ai protestanti, è qualcosa di cui non tarderemo a pentirci (loro lo stanno facendo da tempo). Intanto il popolo non ha mai smesso di “fidarsi di Maria”. Inseguirà ogni stormir di fronda? Correrà dietro ad ogni apparizione? E dove sta il problema: se dopo tutto questo si dà da fare per la pace tra le famiglie (come Santa Rita); se dopo questo accoglierà tutti gli emigranti e i bisognosi (come la Madonna accoglie prima Cristo nel suo grembo e poi morto tra le sue braccia); se dopo questo sarà presenza viva nel cuore della comunità cristiana come la madonna del cenacolo, perché scandalizzarsi? Per natura non sono mai stato bigotto, ma oggi per cultura capisco che la via naturale alla religione non è una concessione di parroci incapaci di fare una pastorale teologicamente impostata, ma è il fondamento di ogni altra rivelazione che voglia dir qualcosa agli uomini di oggi.



7 giugno alle ore 21.50 · Modificato ·

L'articolo che vi mancava sullo stalker che infastiva don Fichera
"La notizia è su tutti i giornali online di Foggia e provincia: “È stato arrestato dalla Polizia di Stato a Monteleone di Puglia il 37enne Francesco Paolo Raffa. L’uomo è accusato di stalking e lesioni aggravate nei confronti del parroco della chiesa di San Giovanni Battista”. E fin qui la notizia, che potrebbe presto finire nel dimenticatoio se l’oggetto dello stalking non fosse niente di meno che don Guglielmo Fichera, noto alle cronache cittadine foggiane, per i suoi trascorsi in una di quelle congregazioni, che a cominciare dai piedi scalzi, un grigiastro saio sdrucito e un’insopportabile puzza di sudore, che ti rimane anche molte ore dopo averli incrociati, ci vogliono far intendere di essere, in questo nostro secolo, gli unici veri seguaci del poverello d’Assisi; lo stesso Fichera che non ha mai fatto mistero delle sue simpatie per la comunità vetero cristiana di san Pio X, quella di mons. Levebre, che nemmeno il determinato san Giovanni Paolo II è riuscito a far rientrare nella chiesa cattolica. E’ ancora il don Fichera della messa in latino (alla san Pio V, per intenderci), celebrata prima in maniera carbonara, in quel di San Luigi a Foggia, e poi offerta a carovane di pulman di foggiani che in pellegrinaggio si recano con scadenza domenicale in quel di Monteleone, manco fosse il santuario della Madonna di Medjugorie. Infine è lo stesso Fichera, “sedicente esorcista”, e la cosa può suonare perfino ironica, anche se con il diavolo è meglio non scherzare, che va in giro con tanto di folta barba (oramai al pepe), quasi sempre con una lunga talare nera (raro il clergiman) e con al petto un vistoso crocifisso, simile a quello che a Foggia usano, appunto, gli esorcisti ufficiali (ma lui non ha quest’incarico), da brandire minacciosamente, accompagnata da violenti spruzzi d’acqua santa, sugli indemoniati, così da spaventare il diavolo e farlo scappare, almeno credono loro. Mons. Tamburrino pur di toglierselo davanti, non ci pensò due volte, dopo le prime avvisaglie di una stranezza che non pareva guarire, a mandarlo in montagna, a rinfrescarsi le idee, proprio in quel di Monteleone a 850 metri sul livello del mare, per il più classico dei “promoveatur ut amoveatur” (promuoverlo tanto per toglierselo dalle palle). Ma torniamo alla cronaca. Ci piace pensare che il signor Francesco Paolo Raffa, lo stalker, altro non sia che il diavoletto tormentatore di tanti santi, o almeno anche lui un indemoniato, visto che presta le sue attenzioni a un sacerdoti. “Dall’ottobre dell’anno scorso, ha cominciato a perseguitare don Guglielmo Fichera, aggredendolo fisicamente in diverse occasioni con spintoni, pugni, calci. In un caso il parroco era stato addirittura colpito con proiettili di gomma partiti da una pistola ad aria compressa. Le continue minacce avevano costretto don Guglielmo a vivere barricato in casa e a farsi accompagnare per qualsiasi spostamento necessario, visto il timore per la propria vita”. Sarà, ma a me tutta questa faccenda sa tanto di macchietta alla sant’Antoniu a lu desertu, degli indimenticabili Gufi: quello che quando sant’Antonio si accendeva una sigaretta c’era sempre “Satanass’” che “pe’ dispietto je fregehtte la lumetta”, o di quando si “faceva la permanente” e “Satanass ci fregava “la currente”, e ancora “quando si cuciva li pantalune” e gli fregava “li buttuni”, o quando gli faceva sparire le forchette per gli spaghetti e lui “che non se lagna e con le mani se le magna”, e infine rotto delle sassate e dei ripetuti dispetti “prende il diavolo per il collo e gli mette il culo a mollo”. Infondo spintoni, pugni, calci, proiettili di gomma, pistole ad aria compressa, a questa farsa fanno pensare. E se volessimo uscire dalla farsa e ricordare che chi di “spada ferisce di spada perisce”? Non saremmo tanto lontani dalla verità. Quante sono le provocazioni fatte in questi anni dal Fichera? Messe in latino di san Pio V a parte? Quante le gratuite corbellerie scritte nei suoi libri, o presunti tali, spesso centoni di pensieri altrui, non sempre citati, con parole roboanti, incise a lettere maiuscole, o addirittura sottolineate a stampa? Insomma non si può vivere sempre sopra le righe e alla fine meravigliarsi che qualche personaggio (e in montagna, per colpa della solita aria fresca e rarefatta, spesso se ne incontrano di questo tipo) non reagisca a suo modo, o per identificazione con l’aggressore? Speriamo solo che la cosa non vada oltre e tutto si chiuda con scuse ufficiali da parte dello stalker. Diversamente the show must go on, cioè che la farsa continui.




L'articolo di mons. Pelvi che vi mancava e domani ce n'è un altro
non perdetelo è una telenovela
Il discorso di mons. Pelvi a conclusione della processione eucaristica di domenica scorsa, si mostra semplice nella sua divisione in due parti, (il virus dell’accidia e l’impegno eucaristico dei cristiani per la società), ma articolato e pieno di stimoli nella seconda, che speriamo, cristiani e non, sapranno apprezzare e accogliere, come si conviene, in una città-palude come la nostra. Iniziamo con il “virus dell’accidia”: “C’è un virus nascosto ma dannoso”, afferma Pelvi, “che circuisce il vissuto quotidiano della Città e può ostacolare la bellezza delle relazioni interpersonali. È quello della pubblica accidia che contrasta la franchezza e la libertà di chiamare le cose con il proprio nome”. “Pubblica accidia” e il pensiero degli astanti è andato dritto al sindaco Landella, vivace e ciarliero prima delle elezioni, ma inattivo e accidioso da allora ad oggi, se non fosse per una fastidiosa e inutile isola pedonale che ha chiuso piazza Giordano, al traffico delle auto. Il discorso di Pelvi, onestamente, non riguardava solo lui ma un clima culturale che si è diffuso a macchia d’olio, dappertutto in Italia e non solo a Foggia. In sintesi: i teorici del “tutti siamo uguali”, per cui ognuno si arroga il diritto di cittadinanza, hanno prodotto un appiattimento sul basso che da tempo non si vedeva. Il termine, forse più pertinente, sarebbe quello di “pigrizia mentale”, tipico di chi evita ogni sforzo mentale per la ricerca della verità, tanto pilatescamente “cos’è la verità?”, visto che tutto è “opinione o doxa”. In nome di una presunta uguaglianza e modernità, tutto viene modellato e livellato sul “consenso di massa”.. “Ne consegue”, continua Pelvi, “la pretesa che tutte le opzioni abbiano pari rilevanza per il costume sociale, come se le opinioni fossero esposte, l’una accanto all’altra, quali merci uguali in una bancarella delle scelte o in un supermercato, con la sola differenza che alcune sono più reclamizzate di altre”. Il mondo come un’immensa bancarella gestita sul gusto del cliente. I sofisti avversati da Platone, questo in fondo sostenevano, quasi 2500 anni fa: ti argomento tutto in maniera rigorosa, perché tutto è sofisma, eristica e retorica. “Se le posizioni etiche sono equiparate senza alcuna gerarchia, è inevitabile che finisca col prevalere la posizione immediatamente facile, più piacevole al momento e meno impegnativa. In tal modo non è più una società “bella e buona” quella che desideriamo costruire ma una convivenza fiacca, opaca, frammentata; una società, dove alla logica del bene comune si sostituisce l’umore o il risentimento, la brillantezza della battuta e la persuasività dello slogan più che la fatica della riflessione oggettiva che mira a spiegare e convincere”. Buona si direbbe l’analisi di mons. Pelvi. E’ sulla cura? “In questa crisi di sapienzialità, i credenti nella preghiera eucaristica invocano il Signore Gesù, pietra angolare della Città, perché aiuti a mettere le ragioni del consenso al di sopra dell’ansia del consenso, e perché, là dove si è tentati di scoraggiarsi, nasca un soprassalto di speranza, che resista alla disgregazione e/o rassegnazione, ispirando scelte e comportamenti di giustizia evangelica”. Il pericolo è sempre lo stesso: porre il mondo come problema e la proposta cristina come soluzione. Non è proprio tutta qui la tesi di mons. Pelvi, ma il rischio c’è. “Chi vive dell’Eucaristia e secondo la sua logica dimora nella Città, tra gli uomini, facendo il bene. Il cristianesimo non è opera di persuasione né di ostentazione, ma deve essere vissuto. È a causa dell’intercessione dei cristiani che il mondo va avanti”. Piacevole sorpresa questa di Pelvi che pone uno stretto rapporto tra eucaritstia e città. Forse prima non era così. Troppa liturgia paludosa e autoreferenziale ha fatto sì che qualche cristiano pensasse che la salvezza gli poteva venire solo dalla pratica religiosa, devozioni comprese. Così nessuno ci salva dall’accusa di neo- paganesimo:. Dice Pelvi che una eucarestia senza servizio di carità non fa parte della verità cristiana, “se noi cristiani celebriamo con serietà l’Eucaristia, riconoscendo e adorando il Signore, e se dall’Eucaristia ci lasciamo plasmare a immagine di Gesù Cristo, vivendo come lui ha vissuto tra gli uomini. Egli è passato tra gli uomini facendo il bene, ricorda Pietro (cfr. At 10,38), e chi vive dell’Eucaristia e secondo la sua logica dimora nella Città, tra gli uomini, facendo il bene”. Un’omelia non è un discorso programmatico. E’ d’obbligo aspettarsi che dalle parole presto si passi ai fatti. Per sensibilità e cultura ci piacerebbe di più il contrario: che cioè l’azione preceda la riflessione, e che la riflessione sia sempre pensiero che trae spunto dall’azione. E’ già tanto, va dato atto, liberare l’eucarestia, processione eucaristica compresa, dalla sua componente devozionale per un rinnovato impegno dei cristiani per la città, che dall’Eucarestia prendono forza e impegno per una città che Gesù non ha disdegnato di attraversare, seminando sorrisi, sostegno e miracoli di guarigione. Grazie mons. Pelvi. Una sola ultima domanda che vuole non critica ma invito pressante: a quando i gesti dopo le parole? Pur accettando il classico “primum esse deinde agere”, che proprio non ci appartiene più.?


11 giugno 2015

Il discorso di mons. Pelvi a chiusura della processione del Corpus Domini di domenica scorsa è destinato, si spera, ad aprire un dibattito tra i lettori. Molti degli astanti hanno storto il naso per un’analisi culturale, certamente inusuale per Foggia, anche se forse un po’ datata. “Il virus dell’accidia circuisce il vissuto quotidiano della Città e può ostacolare la bellezza delle relazioni interpersonale”, afferma Pelvi. “All’atteggiamento di valutazione responsabile delle diverse proposte culturali”, “si sostituisce un giudizio a priori di equivalenza di ogni progetto o comportamento”. Come in un immenso mercato del venerdì le opinioni sono esposte, l’una accanto all’altra, quali merci uguali in una bancarella delle scelte o in un supermercato” variamente reclamizzato, senza tener conto del posto che alcune di esse “hanno saputo guadagnarsi dentro la cultura”. Si evita accuratamente, oggi, di discutere “nel merito”, secondo il dogma “del tutto ha lo stesso valore”,  “senza alcuna gerarchia” e “oggettività” e confronto di opinioni. Fin qui il testo virgolettato della prima parte dell’omelia di mons. Pelvi. Chiara è la denuncia di una “cultura da bancarella”, senza gerarchia di valori, storia, “riflessione oggettiva” e/o “scientifica”, che inevitabilmente va a discapito della “dignità umana” e del “bene comune”. Un appunto si può forse muovere a queste tesi di mons. Pelvi e riguarda la sua insistenza su un dibattito teoretico, che così posto è difficile soluzione. Alle tesi dei sofisti, vecchi e nuovi, avevano provato a contrapporsi sia Platone, con il riferimento alle idee che lo stesso Aristotele con la sua logica stringente e i tanti sillogismi apodittici, evidentemente senza troppo successo se oggi essi sono riemersi più gagliardi d’un tempo. Oggi quello che pare evidente è l’inefficacia, per la cultura contemporanea, il riproporre teorie (vecchie e nuove) circa l’”oggettività dei valori” e la loro “autoevidenza”, che ognuno pone dove vuole e più gli fa comodo. La stessa scienza, spiazzata dalle continue scoperte non riesce a proporsi come modello credibile di società e di relazioni umane. Quello che a Platone, e allo stesso Aristotele, mancava (ma forse Socrate l’aveva intuito prima di loro) era la riflessione sulla fondamentale importanza della “testimonianza di vita”. I sofisti di ogni stagione si smontano con la “pratica del bene”, direbbe san Tommaso, non centro con il principio di non contraddizione, l’autoevidenza delle idee e la dimostrazione razionale o ragionevole delle proprie idee. E’ quella pratica del bene messa in atto da Gesù per le strade del suo tempo e tra i sofferenti e deboli di sempre (ed è la seconda parte del discorso di Pelvi che sembra poco combinarsi con la prima). Quel Gesù che unisce, finalmente,  Eucaristia (vita) e carità (servizio). Giustamente afferma mons. Pelvi “Il cristianesimo non è opera di persuasione né di ostentazione, ma deve essere vissuto”, quindi testimoniato al mondo. Forse il migliore antivirus contro l’accidia o la pigrizia mentale che nessuna ripresa di razionalismo intuitivo o dimostrativo potrà mai disinnescare. A sentire certi dibattiti televisivi, sembra un invito a nozze per ogni dialettica che sa solo di contrapposizione e vano confronto d’idee, in “una società, dove alla logica del bene comune si sostituisce l’umore o il risentimento, la brillantezza della battuta e la persuasività dello slogan più che la fatica della riflessione oggettiva che mira a spiegare e convincere”, come ben evidenza il presule foggiano. E’ proprio su questo versante, quello della testimonianza per il servizio al mondo, che la chiesa, specie quella foggiana, mostra ancora tutti i suoi limiti (anche culturali).


martedì 12 maggio 2015